Amici e colleghi ricordano Rino D'Anna, persona e artista

Piero Telefono

Giornalista

La scrivania di Rino era una delle più frequentate di tutto il  Secolo XIX. Lo guardavi mentre disegnava, chiacchieravi con lui di tutto, dai massimi sistemi alle minime frattaglie mentre lui, tranquillo, pacioso e sorridente continuava imperterrito il suo lavoro.

La seconda scrivania, in ordine di frequentazione era quella del grafico, Umberto Torlizzi. Quasi l'opposto: ringhiante, un forte e mai dimenticato accento romanesco, la battuta pronta e spesso tranciante.

Rino e Umberto erano amici e non solo sul lavoro.

 

Fu così che un bel giorno, passando da loro, dissi “Perché non venite a pranzo da me alla Punta?”. La Punta era Punta Chiappa, in quel di Camogli, in quel del Monte di Portofino. Un paradiso difficile da immaginare così a portata di mano dalla città.

 

La casa era vecchiotta, un tempo era stata osteria – trattoria, avevamo trovato ancora dei vecchi tavoli, delle sedie senza più impagliatura e soprattutto, coperto dalle erbacce, uno splendido campo da bocce ombreggiato da un enorme albero di nespole.

 

Accanto al piazzale, davanti casa, dal quale si poteva ammirare il panorama da Camogli a Capo Mele, c'era un altro grande albero di fichi che allargava la sua ombra sulla cosiddetta “zona pranzo” allietata anche dai profumi e dalla vista di tutto quel mare e di tutto quel verde che c'era intorno.

Ne avevo parlato più volte con Rino e Umberto e, evidentemente, un po' di curiosità  si era fatta strada. La scelta cadde su uno dei giorni più caldi di quell'anno: piena estate, gran voglia di staccare dal lavoro, desiderio di passare qualche ora piacevole in compagnia a far bisboccia.

Va detto anche che per arrivare alla casa si poteva prendere un battello da Camogli che in 20 minuti arrivava alla Punta, poi c'erano ancora dieci minuti a piedi. Oppure si poteva arrivare in macchina a San Rocco e scendere lungo una stradina con molti scalini verso il mare di Punta Chiappa. L'esaltazione del momento aveva fatto dire ai due “Ma figurati se prendiamo il vaporetto, roba da turisti, noi veniamo a piedi, almeno non abbiamo vincoli di orario”.

 

In realtà un vincolo c'era, entrambi dovevano tornare al lavoro nel pomeriggio, ma la cosa non fu ritenuta degna di nota.

 

Io avevo preparato tutto di buon mattino, tavola, bottiglie in fresco, barbecue con pesce pescato nella notte, caffè e numerosi ammazza caffè, perché “non si sa mai...”.

L'accordo era che Rino e Umberto sarebbero arrivati a metà mattinata, magari ci scappava anche un bagno fra gli scogli e soprattutto avremmo avuto tempo per organizzare aperitivo, pranzo e anche una “pennica” all'ombra di qualche pianta.

Avevo spiegato loro come arrivare: quasi in fondo alla discesa avrebbero trovato due pilastri di cemento che reggevano, per modo di dire, un cancelletto chiuso con fil di ferro. Loro dovevano aggirare i pilastri e, seguendo un sentiero appena tracciato, scendere nel piccolo bosco e, procedendo sempre in discesa verso il mare, raggiungere la casa dove li stavo aspettando.

Tutto chiaro? Dissero di sì, non c'era da preoccuparsi, non si erano mai persi, non si sarebbero persi neppure in quest'occasione. Ad ogni buon conto aggiunsi: ”Quando entrate nel bosco chiamatemi che vi vengo incontro”. Risero di gusto facendo riferimento alle loro avventure nel Mato Grosso, nelle inestricabili giungle sudamericane o nei più desolati deserti sparsi per il mondo.

E venne il gran giorno. La mattinata passava e i due non si vedevano. Solo sul tardi (ma né Rino, né Umberto erano tipi da sveglia all'alba) sentii un vociare confuso dalle risate provenire dal bosco. Li chiamai e giunse la risposta “siamo in ritardo perché c'avemo 'e creature...”.

 

Chiesi loro se serviva aiuto, risposero di no, che erano capaci a cadere da soli in quel bosco, ma che dovevano stare attenti alle “creature”. Con l'avvicinarsi della coppia si chiarì anche il mistero: un tintinnio di vetri spiegò il motivo delle attenzioni e del camminar guardingo.

Si presentarono con un incredibile numero di bottiglie di vino bianco, alcune gelate al punto giusto le altre più calde “ ma vedrai che, se le metti in frigo,  si raffreddano mentre noi beviamo quelle già pronte”. Il frigo, conoscendo i miei ospiti, era già pieno di bottiglie e tutti e tre convenimmo, con piena soddisfazione, che non avremmo patito la sete.

Cominciammo subito con l'aperitivo, non c'era che l'imbarazzo della scelta, soprattutto Rino era un buon intenditore di vini e lasciammo a lui la responsabilità della sequenza con la quale procedere. Il sole era caldo, la sete tanta, la compagnia ottima, quindi cominciammo a svuotare alcune “creature”.

 

Del pranzo non ho memoria, delle bottiglie sì, anche se non ne ricordo il numero. Tutti e tre avevamo una buona tenuta e quel giorno lo dimostrammo ampiamente. Ridemmo e scherzammo per tutto il tempo fino al momento della “pennica” sulle tre sdraio allestite alla bisogna, ma soprattutto all'ombra.

Tutto bene fino al momento del ritorno.

È passato tanto tempo ed è difficile ricordare le giustificazioni più assurde e improbabili per  motivare l'assenza di Rino e Umberto al giornale.  “Digli che siamo affogati mentre cercavamo di raggiungere Genova a nuoto” oppure “ci ha preso un'insolazione e siamo costretti a rimanere qui all'ombra e a continuare a bere per non disidratarci”. Entrambi convennero però che quell'ultima ipotesi non sarebbe stata verosimile. Fra una risata e l'altra continuarono le proposte per evitare la durissima salita del ritorno.

Poi venne anche il mio turno di essere violentemente insultato da entrambi, visto che io mi potevo fermare e loro invece dovevano tornare a lavorare. Allora non c'erano i telefonini, non si poteva avvertire di un  più che probabile ritardo, era necessario arrivare comunque a San Rocco per dare una telefonata.

E per arrivare a San Rocco c'era tutta quella salita da fare.

 

Solo il giorno dopo, al giornale, mi raccontarono com'era andata. Non li avevo invidiati alla partenza e meno che meno all'arrivo. Mi dissero che le numerose “creature” sorseggiate con gusto sotto al fico non erano state loro di grande aiuto per affrontare la salita. Mi dissero che non me ne avrebbero portate altre, anzi che non sarebbero mai più venuti a trovarmi fino a quando il giornale continuava a pretendere la loro presenza al pomeriggio.