Amici e colleghi ricordano Rino D'Anna, persona e artista

Mario Bottaro

Giornalista

Nei primi tempi l'ufficio di Rino era, al piano di sotto, nell'archivio: il XIX lo aveva assunto come capo archivista perché, evidentemente, all'epoca stipendiare un vignettista sembrava un po' strampalato. Poi lasciò la cura dell'archivio a “Olli” e salì in redazione, in un'”isola” di scrivanie dove c'erano il grafico Umberto Torlizzi, un romano che si travestiva da burbero e aveva modernizzato la veste del giornale, e Luigi Stelli, aiutante di Umberto e poi pittore.

 

Erano posizionati in fondo al salone, tra l'acquario del centralinista e le scrivanie del caporedattore e dei suoi vice, quello staff centrale che, all'epoca, chiamavamo “cimitero degli elefanti” anche se, prima o poi, ci siamo passati quasi tutti. All'epoca, gli anni Settanta, la sede del XIX si trovava ancora in via De Amicis a Brignole. Nei fondi c'era la tipografia che sfornava pacchi di giornali; i genovesi nottambuli venivano qui a comperare il giornale fresco d'inchiostro dopo mezzanotte e mezza.

 

La postazione di Rino e di Umberto era una tappa per molti. Due chiacchiere, oppure un cenno per andare a prendere assieme un caffè al bar del giornale, ricavato in un angolo delle scale interne. Umberto spesso ti mandava “affa”, Rino ti guardava con i suoi occhi chiari e ti ascoltava. Parlava poco e disegnava sempre. “Mettiti lì”, diceva, e in cinque minuti ti regalava la caricatura o il ritratto.

 

Cominciammo a frequentarci quando ero collaboratore – i giornalisti anziani ci chiamavano “abusivi” – allo spettacolo e alla cronaca e lui era ancora in archivio, un posto un po' decentrato, ospitale e utile perché potevi documentarti con migliaia di ritagli e di fotografie. Diventammo amici col “Mangiaestate”, la pagina estiva – tutte soft news – che mi diedero da curare, assieme a Carlo Revello, oltre al lavoro in cronaca. Quasi ogni giorno Rino arricchiva con una vignetta i pezzi sulle vicende dei vacanzieri (dai furti in treno alle spiagge affollate): si divertiva a infilare tra i personaggi i colleghi del XIX. Soprattutto diventammo amici e anche un po' complici con “Genova Top”. Cesare Lanza, che ci computava tra i “lanzachenecchi” (anche se non tra quelli affidabili), ci commissionò un libro. Era una bella idea (in verità Lanza, che è stato il più grande titolista che abbia incontrato, aveva molto spesso belle idee): scrivere ritratti un po' ironici dei cento genovesi più significativi e importanti e accompagnarli con le loro caricature, ovviamente disegnate da Rino. Un lavoro che negli anni Settanta aveva un senso perché c'erano parecchi personaggi “di peso” anche nazionale (Taviani, Siri, Ivo Chiesa, Sanguineti, Adamoli, Baget Bozzo, Beppe Croce, Giamba Parodi e così via), mentre oggi si fa fatica a metterne in fila quattro o cinque.

 

Lanza ci diede tempi strettissimi. Fu così che, per una quindicina di giorni, tutte le sere dopo le 22, usciti dal giornale, andavamo a casa di Rino e lavoravamo fino alle 2 o 3 di notte. Lavoravamo: in realtà ci divertivamo parecchio, anche se si trattava di una faticaccia. A un certo punto Nuccia arrivava con gli spaghetti, mentre noi analizzavamo i personaggi che avevamo scelto, individuandone i tic più o meno veri e più o meno noti. Sulla macchina da scrivere io buttavo giù ritratti a parole mescolati con notizie biografiche (a tanti anni di distanza me ne piacciono pochissimi), mentre, accanto, Rino disegnava ritratti caricaturali. C'era anche un terzo autore, al quale Lanza aveva assegnato il compito di scrivere le note su alcuni personaggi dell'economia. Era un collega più anziano, Benito Bragone. Non venne mai a tenerci compagnia in quelle nottate. Ci mandò invece un po'di cartelle relative ai nomi di cui si doveva occupare. Lo punimmo severamente concordando, tra le risate, la caricatura dei tre autori pubblicata sulla quarta di copertina: Rino e io, in tenuta da carcerati e incatenati, lui in divisa da poliziotto che ci faceva la guardia.

 

Il libro fu un successo, immagino per l'idea e per le caricature. Lo presentammo durante la Fiera del Libro di Natale in Galleria Mazzini e devo dire che le persone più strapazzate in quelle pagine, soprattutto grazie ai ritratti disegnati da Rino, furono le più spiritose e vennero a dire che si erano divertite a guardarsi e a leggersi.

 

​Rino era un friulano e parlava pochissimo di sè. Nel Dna aveva anche una componente di diffidenza. Io sono un genovese e parlo pochissimo di me. Nel senso che andavamo d'accordo. Certo, chiacchieravamo di lavoro. I giornalisti, in genere, quando sono più di uno, parlano dei loro colleghi. Rino amava discorrere anche di caccia, di cani, di moto, temi che – a parte i cani – non riuscivo a condividere. Non scendevamo sul personale. Una sola volta, tempo dopo, mi fece un timido accenno – con la gentilezza che usava con gli amici – a proposito di una mia recente brevissima storia con una collega, terminata all'alba con un po' di focaccia. Non lo aveva saputo da me, così come anche in seguito non ho mai raccontato nulla su quella notte che ricordo come tenera e amichevole. Io non raccolsi e lui non proseguì il discorso.

 

Restammo amici in quel modo che (a tirare le somme non è certo esaltante) tiene in vita la maggioranza di rapporti tra giornalisti: finché ci si frequenta ogni giorno si è fratelli, quando ci si perde di vista, i rapporti si attutiscono nella routine quotidiana fatta di riunioni, articoli, buchi e presunti scoop, orari di chiusura. Ambizioni, anche. Non so bene quali fossero le ambizioni di Rino: avrebbe potuto lavorare per qualunque testata e per qualunque editore. Aveva una facilità incredibile a cogliere gli aspetti più marcati (e qualche volta più nascosti) delle persone. Non era mai gratuitamente crudele, ma andava diritto alla persona o al tema. Anche grazie a lui, mi resi conto fin dagli anni Settanta di come una vignetta a volte valga molto più di un editoriale. Era sempre con la matita o col pennarello in mano.

 

Un giorno Giuliano Zincone, che era arrivato pieno di idee, lo convinse ad andare al Lavoro da poco passato nel gruppo Rizzoli. Credo che Rino abbia fatto bene: gli si potevano spalancare strade ben diverse da quelle che, tutto sommato, soddisfacevano noi che a Genova eravamo nati e cresciuti. Ci frequentammo ancora un po'. In genere era lui a organizzare: gli piaceva avere delle persone in casa. Con il mestiere che facevamo, questi incontri – si mangiava e soprattutto si beveva – si svolgevano solo dopo il prime time.

 

Poi si trasferì a Milano e guardavo le sue vignette su altri giornali. Ci vedemmo qualche volta, sempre a distanza