Amici e colleghi ricordano Rino D'Anna, persona e artista

Donata Bonometti

Giornalista

Se penso a Rino lo rivedo nella stanzetta di salita Di Negro che gli era destinata, spesso da solo, per lavorare in pace, perché eravamo una redazione di giovani scapestrati e rumorosi, asserragliati in quattro o cinque, o piu, nelle cellette dell’ex convento, storica sede del Lavoro: Rino, seduto alla scrivania, foglio spianato davanti, spesso una camicia scozzese e un sorriso pronto, anche se vagamente malinconico, se entrava qualcuno. Perche da Rino tutti facevano una puntata al giorno per stupirsi di cosa mai usciva dalla sua acutissima intelligenza collegata alla matita. Ma anche per chiacchierare con la sua amabilità. E lui fermava sempre il suo lavoro e intrecciava le due chiacchiere del caso, dedicandoti il tempo con un piacere curioso, attento.

 

Le storie d’amore (all’interno del giornale) lo ammaliavano e  c’era da parlarne per ore.  Io personalmente con lui ridevo molto, e lui con me.

 

Tra i vari argomenti, ne avevamo uno che in qualche modo ci fa considerare precursori dei tempi: parlavamo alternativamente di diete e di ricette, come oggi succede di regola in tivu o sui giornali, o su internet. Eravamo cicciotti ma anche belli perché giovani, e ci sarebbe piaciuto indossare una taglia di meno, ci raccontavamo le reciproche infami fatiche e poi si mutava rapidamente ruolo diventando buongustai ed esperti ai fornelli. Io ero appena arrivata dal Veneto, non sapevo cosa erano le tomaxelle o la focaccia di Recco e lui me le descriveva come se fosse stato in cucina, io gli svelavo i veri ingredienti della pasta e fagioli o del baccalà alla vicentina. Lo riportavo alla sua origine friulana parlando di brovada e lui sprofondava nel piacere, ne inseguiva il profumo. Quando qualche anno piu tardi aprì un ristorante insieme alla moglie Nuccia, mi sembrò in qualche modo di essere stata non dico una artefice, ma certo un po’ ispiratrice. Altro che giornalismo. E quando  confezionò per noi e per i lettori un biglietto di auguri natalizio, credo alla fine del 1980, disegnando tutti i componenti della redazione, tutti sbirciati dall’alto, indaffarati a rincorrere notizie come operose formiche, in realtà una allegra brigata dove tutti erano assolutamente riconoscibili da un dettaglio, io indossavo una tuta di jeans che mi faceva due tette così e che era importabile da una con il mio fisico. 

Ma la portavo, così mi sentivo in sintonia coi tempi e a lui dovevo essere simpatica proprio per questa inadeguatezza.

 

Rino si disegnò arrampicato su uno sgabello davanti a un tecnigrafo,preso di spalle mi pare, un po goffo, quasi accartocciato su se stesso. Ma sappiatelo, in quel posto era felice.

 

E ci osservava tutti con tenerezza e ironia.

Ogni volta che qualcuno se ne va degli ex ragazzi di salita Di Negro, e negli ultimi anni è stata davvero una decimazione, i coccodrilli citano sempre quella redazione come un laboratorio di giornalismo da cui sono sortite grandi firme, ma anche apprezzati giornalisti dai nomi meno altisonanti. E tutti in un modo o nell’altro abbiamo imparato in Salita Di Negro   l’arte (o la tecnica) del racconto per gli altri.  Quando io sono arrivata a Genova nel marzo del 1980 non avevo consapevolezza della intensa esperienza che avrei fatto con la redazione di Giuliano Zincone, ma sapendo che un ottimo vignettista come Rino D’Anna aveva lasciato il Secolo XIX, il potentissimo giornale della città irraggiungibile per  numero di copie, per provare una nuova vita professionale al Lavoro, capì che lì si poteva respirare  aria di libertà. Che la fantasia era al potere, per citare quegli anni. E anche per Rino la libertà di raccontare deve essere stata  la profonda connotazione di quegli anni. La ricordo, come tutti la ricorderanno. La vignetta che ritrae il cardinal Siri con un pennello in mano che su una staccionata verga la parola “Woytjlaccio”. Giovanni Paolo II era salito al soglio pontificio in qualche modo contendendolo al vescovo di Genova, la battutaccia era opera di  Benigni, Rino esegui una crasi straordinaria. La vignetta girò l’Italia.  I giornalisti che in questi mesi hanno scritto libri su libri sul  Vaticano fino a trovarsi al centro di una pericolosa inchiesta (e  assolti in queste ore) avrebbero trovato una immagine di copertina perfetta. Oggi. Ma quasi 40 anni fa mettere in vignetta un temuto cardinale e le sue invidie non era da tutti. Da Rino sì.

 

A volte ti dava la sensazione di estraniarsi, di inseguire inquietudini,  paure, quasi una senilità precoce. Poi quando a notte fonda lo vedevi salire su una moto piuttosto potente e partire a tutta birra facendo risuonare poderosamente la galleria di Corvetto, intravvedevi il ragazzo spavaldo, che rideva da solo per quella ordinaria fuga nella notte. Ma prima un passaggio con l’allegra brigata al ristorante Europa, a rievocare la giornata, studiando l’arte del cuoco con la penna in mano. Invece che il mestolo. Pochi anni dopo nel “suo” ristorante. Suo e di Nuccia. Ci accoglieva tutti e sedeva al nostro tavolo chiassosissimo.

 

E’ l’ultima immagine che ho di lui. Con la cucina indaffarata alle spalle.